L’Addolorata e l’uomo moderno

Non ho la pretesa di scrivere cose nuove, o importanti, sulla devozione e il culto dell’Addolorata che la Chiesa ricorda nella liturgia del 15 settembre. Parto, invece, da un ricordo personale di tanti anni fa anche se la tradizione si ripete ancora adesso. La processione dell’Addolorata per le stradine del borgo antico di Anguillara. Ricordo la Madonna con il suo manto nero nel vento di scirocco sulla salita che porta alla Collegiata. La banda con il suono dai ritmi un po’ lugubri e rallentati dalla pendenza. Prima di accodarmi avevo visto i chierici, gli accoliti con le torce e i sacerdoti della parrocchia, seguiti dalle vedove dell’anno, vestite di nero. Quel paese dell’allegria dell’estate, ancora avvolto dalla calura, si rivestiva di un dolore antico che conservava nel chiuso delle case e che per quella sera di fine estate poteva prendere forma nella manifestazione di una processione non ad uso dei turisti e festaroli, ma a beneficio di quella intimità che molti paesi conservavano allora tra le famiglie che da secoli lo abitano e che benissimo si conoscono.
Da quella processione di tanti anni fa ho cominciato ad interessarmi a questa particolare devozione, alle sue antichissime origini e ai testi meravigliosi che l’hanno accompagnata nei secoli, come lo “Stabat Mater” che cantavamo nella Via Crucis nei primi anni ’60. Ma non di questo adesso intendo scrivere, o rimandare ai tanti testi di storici della Chiesa che racchiudono nelle loro pagine tutti gli aspetti di questo culto.
Non so perché non sono mai riuscito a rinchiudere l’Addolorata nel recinto delle cose inservibili del passato; un qualcosa di cui vergognarsi. E così ragionando sui vari aspetti di questa devozione che si sviluppò moltissimo nel seicento e soprattutto nel settecento, ho fatto una mia scoperta. Questo riferimento al dolore della Madonna è la metafora del dolore stesso dell’esistenza umana. Nel dolore (e le condizioni di vita della maggioranza dell’umanità legittimavano questa sensazione) avviene l’emersione dell’io dall’indistinzione di una umanità sfregiata dalla povertà, dalle malattie, dalla precarietà che mortificavano l’esistenza personale privandola non solo dei beni, ma anche da qualsiasi lontana prospettiva di miglioramento e di felicità. La letteratura e la poesia con il suo formalismo arcadico non colsero questa pulsione che invece trovò ospitalità nel culto e nella preghiera. Forzando (ma non troppo) un po’ le cose, si può dire che proprio nel culto del dolore, i singoli uomini si scoprirono per la prima volta persone.
Il resto lo sappiamo, ma questa antica primazia “personale” contribuì certamente a creare una coscienza nuova dell’esistenza e, da ultimo, i tratti del rinnovamento umano originato proprio attraverso quella religione che non potendo ridurre tutto nel suo disciplinamento, ha finito per lasciare una via di uscita proprio nella percezione del dolore. La porta della modernità.

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I nomi, le storie e i luoghi: sentimenti e memorie

Trevi nel Lazio

Le lunghe indagini in tanti archivi ecclesiastici e non alla ricerca delle diverse origini di alcune famiglie, alla fine mi pone un interrogativo decisivo: quanto contano le storie familiari, i luoghi nella vita di ciascuno di noi? E con i luoghi, quanto conta il tempo? Poco, tanto, nulla? Io – questa è la risposta – credo che contino molto nel senso che ricollegare i nomi e le loro storie ai luoghi di origine (fin dove arrivano i documenti e le memorie) è un arricchimento reciproco per chi indaga e per chi in quei luoghi è restato, o vi è succeduto.
Non c’è indifferenza tra le persone e i luoghi e non è sbagliato dire che questi ci appartengono. Fanno parte di noi e, anche se tante volte non ce ne accorgiamo, ci accompagnano nei giorni della nostra vita; nel nostro patrimonio di conoscenze e in quell’indefinibile bagaglio che chiamiamo “immaginario” personale, ma anche collettivo. Nel senso che l’appartenenza (perché ai luoghi, comunque, si appartiene) a determinati luoghi per quanto lontana nel tempo non scompare mai del tutto. E sono i tanti cognomi delle famiglie di ascendenza che ce lo ricordano e, ancora una volta, i luoghi se avremo la ventura di visitarli, di riconoscerli e in definitiva di ristabilire con loro quel legame sentimentale che a un certo punto (quasi impossibile per le famiglie normali rintracciarne le cause) si lacerò e parve spezzarsi per sempre.
Dopo avere tanto ricercato nel passato remoto delle storie “minori” (direi domestiche), mi sono fatto l’idea che nessun legame veramente si spezza. Le appartenenze lontane senza che noi ce ne siamo accorti, hanno comunque contribuito a formarci, sia pure per piccole frazioni percentuali e così ci appartengono per sempre. Come ci appartengono i cognomi e gli antichi soprannomi da cui quelli nei secoli passati derivarono.
Potere affermare “io ho a che fare con quel paese, con quella città, con quel quartiere”, dunque, ha un senso perché in quella affermazione si raccolgono i tanti significati che poi si riuniscono misteriosamente nell’unicità (“irripetibile”) della nostra persona. Del nostro essere individui non solitari, ma appartenenti e appartenuti ad alcune comunità di vita lontane nel tempo e probabilmente scomparse le quali, però, hanno lasciato il loro segno piccolo o grande.
E’ evidente che non tutti hanno tempo, voglia e possibilità di diventare ricercatori negli archivi e nelle varie memorie che hanno resistito all’oblio del tempo. Ma essere attenti alle storie particolari dei tanti paesi e città d’Italia, riconoscere il genio dei luoghi e l’indole delle popolazioni sulle quali esso incide, ricercare la bellezza dei paesaggi anche quando raccontano la fatica e gli stenti degli inizi tra povertà, carestie e marginalità (perché tutti le abbiamo come antenate), è una opportunità che dobbiamo cogliere; ed è il motivo vero per il quale possiamo amare l’Italia.

Cosa metteremo nelle urne dei gazebo?

Un gazebo per le primarie del Pd

I risultati delle votazioni nei circoli del Pd rilanciano la campagna elettorale per le primarie del prossimo 30 aprile. Un tema d’attualità attorno al quale si sbizzarriscono i commentatori di giornali, tv e radio (maltrattata quest’ultima, ma incisiva) e non sbagliano quando vedono quell’evento in una prospettiva drammatica. Si tratta, infatti, di uno scontro frontale (e in campo aperto) tra i resti di un renzismo in cerca di una nuova legittimazione e i resti di una sinistra (in alcuni casi di vecchia derivazione comunista) che va alla battaglia decisiva con la speranza dell’arrivo di rinforzi di varia ascendenza, non esclusi quelli che hanno aderito alla scissione. Insomma ci sono tutti gli elementi per richiamare ai gazebo una folta schiera di votanti.

Un passaggio duro dal quale potrebbe dipendere il futuro del Paese e che, evidentemente, non può risolversi solo con l’agonismo elettorale. E’ necessario immettere in questo scontro i contenuti che stanno dietro agli schieramenti, compresi tra questi le suggestioni che aleggiano in una politica italiana nella quale il dilagante nuovismo e la reciproca delegittimazione degli schieramenti, confondono e nascondono i motivi originari delle parti in gioco. Principalmente il centro e la sinistra.

Le politiche degli ultimi decenni hanno prodotto la disarticolazione delle classi sociali intermedie, riducendo queste ultime fin sulla soglia della povertà. Eppure dovremmo considerare nel giusto merito il ruolo avuto dai ceti medi e professionali nello sviluppo del Paese ed anche – cosa non irrilevante – nella lotta per la libertà e contro le dittature, e nel consolidamento della democrazia. Le crescenti difficoltà dei ceti medi tendono a ridurre la visuale al piccolo spicchio nel quale essi intravedono (o si illudono di farlo) qualche possibilità di sopravvivenza e di futuro. I segnali di questo disagio sono evidenti, ma le risposte a quello, sono confuse e molte volte d’intralcio all’intraprendenza dei cittadini e dei gruppi sociali.

Una fiscalità esorbitante e un crescente groviglio normativo rendono difficile, se non impossibile, qualsiasi intrapresa, riducendo così i giovani e i disoccupati a questuanti in cerca di un lavoro qualsiasi e non quello per il quale hanno studiato ed hanno esperienza e vocazione. Non bastano (e sono offensivi) i contratti di breve durata e sottodimensionati rispetto alle preparazione ricevuta. Quanti laureati fanno i camerieri e altri lavori una volta riservati a chi, venendo da altri ceti e luoghi, progettava di salire, attraverso dei lavori umili, su quell’ascensore sociale che è stato il vero motore della modernità?

Io ho avuto il privilegio di studiare la storia sociale dal ‘600 in poi e ho potuto così documentare il lungo percorso di avvicinamento e, quindi, il raggiungimento di nuovi status per le persone provenienti dalle plebi cittadine e dei villaggi. Tutti costoro poi hanno costituito nel tempo la spina dorsale del progresso. Artigianato, studio, professioni e l’arte sono stati gli ingredienti di questa crescita sociale di cui oggi non si riesce a scorgere più traccia.

La vera modernità, infatti, non corrisponde all’accanimento di riforme che spesso (penso a quelle della pubblica amministrazione)  durano lo spazio di un annuncio che subito le esaurisce, quanto piuttosto alla ricomposizione di quel centro sociale che è stata l’anima del vero “miracolo” italiano. Ricomporre il centro sociale non vuol dire scegliere di privilegiare una classe sulle altre, quanto invece creare circuiti virtuosi per valorizzare l’operosità e il “genio” dei nostri connazionali.

Tanti decenni fa questa scelta che coinvolgeva le diverse classi sociali, fu chiamata con parola immediatamente comprensibile “interclassismo”. Ed era e fu la politica non solo della rinascita, ma anche del consolidamento democratico del Paese. Una politica che poi si tramutò nella scelta di quel welfare state che ha alla sua base la valorizzazione della cittadinanza che inizia con il pagamento dei tributi che ritornano ai cittadini come servizi sociali diffusi e qualità della vita.

Scelte sociali che furono possibili perché nel passato le politiche dei partiti avevano riscontro con la realtà sociale. Un metodo che potrebbe costituire un bel risultato di questo confronto tanto duro, quanto inconcludente se non indirizzato a ricreare le condizioni di una ripresa del rapporto della politica con la sua base sociale. Con il programma di affidare soprattutto all’autonoma capacità di quanti nel cuore della società, hanno il coraggio di scommettere sulle loro capacità lavorative e professionali e sulla lealtà verso lo Stato e le sue leggi.

 

 

Due microstorie nel “deserto” di Roma nel ‘700

images (1)Nelle mie interminate ricerche negli archivi di Roma e dei territori del suo distretto (ma anche qualcuno al di fuori), mi sono reso conto che è molto arduo farsi un idea di Roma prescindendo dal territorio che la circonda. Certo, la campagna romana e la città hanno due storie distinte anche se intrecciate tra loro; quella della città è più conosciuta, meno l’altra nonostante i tanti studi che storici, archeologi, viaggiatori, antiquari e antropologi gli hanno dedicato a partire dalla prima metà dell’800.

Ma non ho la pretesa di insegnare nulla a nessuno, solo invece quella di raccontare ogni tanto quello che vado scoprendo negli archivi e sui libri che leggo. Ed è così che cito due microstorie vissute da povera gente fuori e dentro le mura della città. Due notizie prese tra le minute dell’Arciconfraternita dell’Orazione e Morte con la richiesta di due interventi di carità. Il primo lo chiede direttamente il padre. Eccolo nella trascrizione letterale del biglietto dettato da lui all’impiegato del “Governo”. “Giuseppe Batalia porta aviso di un suo figliolo morto di bona morte si chiama Marcantonio di anni tre in circa a Porcareccia (una tenuta fuori Porta Cavalleggeri n.d.r.) abitante e sua madre si chiama Maria Benedetta questo di 27 giugno 1703”. L’altra è una richiesta del Governo all’arciconfraternita. Eccola: “I sig.ri Proveditori della Ven.le Compagnia della Morte faranno la Carità di venire à prendere il cadavere di una Creatura esistente vicino al Portone di questo Governo e si chiamava Bernardina Miraglioli, che ne veniva da Cerveteri con la sua madre”. Era il 28 luglio del 1753. Per questo secondo caso c’è da immaginarsi il lungo cammino sotto il sole e la madre che se la sarà portata in braccio fin lì in ricerca di un aiuto.

Campagna inospitale dove uomini e donne vivevano la fatica abbrutente di un lavoro durissimo per pochi bajocchi. Campagna per lo più disabitata e, a differenza di oggi, quasi del tutto priva di vegetazione. E così, un’ottantina di anni dopo la vide pure Giuseppe Gioacchino Belli che la paragona a un deserto. Fa’ dieci mìja e nun vedé una fronna! / Imbatte ammalapena in quarche scojo! / Dapertutto un zilenzio com’un ojo, / che si strilli nun c’è chi t’arisponna! .
Eppure tra questo “deserto” e le mura c’era una corona di vigne, perché è da sapere che per avere la cittadinanza romana, bisognava avere una vigna. Ma questo è un altro discorso e qualche antenato la vigna ce l’aveva. Roma era anche così, un po’ rusticana.

Storia della povera Rosa e di Gaspare marito dissoluto

bloemen_van_norbert_il_bamboccio-vor_einer_osteria-OMd88300-10483_20120215_678_745Rosa moglie di Gaspare Orazi oratrice umilissma di Vostra Signoria Illustrissima umilmente espone ritrovarsi in estrema necessità con un figlio in età di due mesi, e che detto Gaspare suo marito non la soccorre di cosa veruna a causa di una prattica continua di una tal Maria detta Mariuccia donna curiale, che habita nel vicolo detto di Giesu, e Maria, con la quale sprega tutto quel poco, che ha, senza pensare la povera oratrice sua moglie con il detto figliuolo si moioni di fame, onde la medesima ricorre alla pietà, e retta giustizia di Vostra Signoria Illustrissima, supplicandol’à degnarsi rimediare a tal disordine, senza nominare che sia ricorsa l’oratrice, poiche sapendosi da detto suo marito non solo la batterebbe, mà anche potrebbe correr pericolo di esser maggiormente strapazzata, che il tutto riceverà per gratia speciale di Vostra Signoria illustrissima, e pregarà S.D.M. per la sua continua salute, et esaltatione, che della….

Questa scrittura si trova incollata al foglio 91 del Registro dei battesimi di Sal Lorenzo in Lucina all’anno 1660. Un foglio a parte, probabilmente trascritto in copia dal parroco, ed inoltrato alla Signoria Illustrissima che a tutta prima potrebbe essere individuabile nel cardinal Vicario, o, meglio ancora, nel Vice-gerente dai quali, comunque, dipendeva l’intera rete parrocchiale della città. Naturalmente ho cercato in quel registro da giugno (dove il foglio era incollato) a tutto gennaio di quell’anno (cioè ben oltre i due mesi d’età del piccolo), ma non ho trovato nessun battesimo con quei genitori. Chi sa forse aveva da poco cambiato casa, cosa che giustificherebbe (almeno in parte) l’invaghimento di Gaspare con Mariuccia. Ma mi pare un’ipotesi debole. Siamo di fronte ad un dramma dai confini smarginati, costretto io a consegnarlo alla lettura di chi vorrà senza un prima e senza un dopo. Un foglio volante in un registro parrocchiale di Roma dell’età barocca. Confusa, devota, ribalda e piena di sopraffazione e violenza. Una storia chiusa in sé stessa, senza neppure poterne ricavare una morale. Ma anche questa è storia.

Nell’immagine: scena di vita romana in un quadro di Norbert il Bambocciante Van Bleomen (1670 – 1746)

DIARIO: giovane travolto e ucciso, ma il bus continua la sua corsa

images12 gennaio
Kamikaze dell’Isis si fa esplodere vicino alla mosche azzurra a Istanbul: dieci morti e molti feriti. Otto vittime erano turisti tedeschi. Insomma la guerra “asimmetrica” continua a fare vittime. L’Italia manderà propri soldati in Libia per favorire il processo di pace. Una scelta, comunque, discutibile e probabilmente ambigua. Noi abbiamo notevoli interessi in quel paese e già un centro di estrazione dell’Eni è sotto attacco. Resta inteso che è difficile intraprendere azioni militari, illudendosi e facendo credere che non vi saranno conseguenze. Per adesso la decisione ha avuto un profilo basso nella comunicazione.
E a proposito di “basso profilo” sulla stampa è incredibile quello che ha avuto nella cronaca di Roma l’incidente tra un autobus della linea 81 dell’Atac e il motorino di un uomo di 32 anni, Simone Vizzano, il quale, sbalzato dal suo mezzo, dopo avere urtato un furgone parcheggiato è ricaduto sotto le ruote del mezzo, rimanendo ucciso sulla strada in cima al Circo Massimo. Fin qui la cronaca di un gravissimo incidente. Ma la cosa più grave è avvenuta dopo: l’autobus, dopo avere rallentato un attimo, ha proseguito la sua corsa e solo più tardi, dopo un quarto d’ora, è stato raggiunto da un auto dei Vigili Urbani. Possibile che un mezzo del servizio pubblico non si fermi dopo un incidente e, comunque, indipendentemente dalla responsabilità diretta, il conducente non si presti ai soccorsi e a chiedere se tra i trasportati nel mezzo vi sia un medico o qualcuno in grado di prestare aiuto?
L’autista che è risultato in perfette condizioni fisiche, sostiene di non essersi accorto di avere schiacciato il giovane, ma quello che stupisce che nessuno dei passeggeri lo abbia costretto a farlo e, soprattutto, non abbia chiamato la polizia. Ma il cronista del “Corriere della Sera” non si è posto questi interrogativi, come se fosse normale non preoccuparsi delle conseguenze di un incidente grave come questo.

Misteri di una città sempre più disumana ed empia. Peccato che sia così!

DIARIO: dopo i fatti di Parigi, la situazione sta precipitando

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8 gennaio

Adesso le notizie arrivano a cascata e l’impressione è quella di essere già in guerra. Asimmetrica quanto si vuole; non dichiarata ma reale. Fino a qualche settimana fa (facciamo data dalla seconda strage di Parigi del 13 novembre del 2015) di fronte agli attacchi all’occidente si facevano dei distinguo; adesso non più. E’ cambiato il modo di vedere le cose. L’occidente non ci sta a subire e basta e corre ai ripari. In France il Presidente Hollande ha deciso di inserire le misure dell’emergenza sicurezza nel codice penale. “Dobbiamo garantire la nostra sicurezza” ha detto nel consenso generale (che prima non aveva).
Anche Angela Merkel, dopo le aggressioni dell’ultimo dell’anno alle donne, ha cambiato linea e adesso parla apertamente di espulsioni. L’Italia, come al solito e non si capisce perché, non ha una politica limpida e chiara. Mentre da tutte le parti si chiede di controllare di più le frontiere esterne, il nostro Guardasigilli è intenzionato a portare avanti in Parlamento il disegno di legge che cancella il reato di immigrazione clandestina. Insomma, mentre nelò resto di Europa si rinforza la vigilanza suio confini esterni, l’Italia è pronta ad aprure le porte. Oggi il governo ha fatto una parziale marcia-indietro. Il premier Renzi dice di non voler fare le barricate per far passare questo provvedimento, secondo il ministro dell’Interno, Alfano, ci sono ragioni evidentissima che sconsigliano di abrogare questo reato.
Intanto l’Isis in Libia martella le caserme e i centri di estrazione del petrolio. Insomma guerra vera e propria contornata da eèpisodi di terrorismo come ssta capitando contro i turisti da parte dell’Isis.